Il 15 aprile è vicino, buon compleanno Sabaudia

Il giorno 15 è vicino e la città di Sabaudia si appresta a festeggiare il suo 85 anniversario, un tempo brevissimo e lunghissimo che ci porta inconsapevolmente a fare un salto indietro.

Era il 1934

I lavori fervono, l’inaugurazione è prevista per aprile, c’è fretta di finire al più presto la costruzione del centro urbano.
Il cantiere è aperto, ovunque i turni di lavoro si alternano frenetici, ogni mattina migliaia di persone raggiungono la postazione a cui sono stati assegnati e con vanghe e carriole salgono e scendono dalle impalcature.
Gli edifici prendono velocemente forma e il territorio si trasforma ad una velocità inusitata, gli stessi funzionari dell’Opera Nazionale Combattenti, incaricati del controllo e supervisione dei cantieri e del rispetto della tabella di marcia stabilita, faticano a star dietro ai cambiamenti di quella che fino a qualche tempo prima era stata la Selva di Terracina.

Asse di legno verniciata di bianco con scritto, in stampatello, Sabaudia

Nel frattempo nella baracca adibita a sede del municipio, fervono i lavori amministrativi, per dare contestualmente alla nuova città anche un assetto burocratico. Eppure sono passati pochissimi mesi da quando ” l’ingegnere andava dietro agli operai che con l’accetta e la roncola gli aprivano il passo fra gli sterpi del sottobosco intricato; calzava alti stivali di gomma; gli operai, con le scarpe da militare pesante di fango rossiccio, gli sembrava di averli conosciuti altrove, forse in guerra, vestiti da soldati.
Qualcuno di loro indossava i pantaloni grigio verde e la mantellina.
Uno di essi, l’ultimo portava un’ asse di legno verniciata di bianco su cui era scritto, in stampatello, Sabaudia.
Quel curioso corteo avanzò  nel bosco, sotto le volte alte di querce e di platani; la roncola tagliava gli intrecci dei rovi, separava la macchia confusa.

Il verde sottobosco

Il sottobosco era verde, del colore quasi subacqueo dei boschi profondi.
Si aprivano nei recessi più  lontani radure tappezzate di verde tenero, di un’erba di cui si potevano contare i fili dritti uno per uno; era un’erba lieve e sottile come un velo, cresciuta su un’acqua torbida e grigia.
Qui dove la terra era più compatta, gli uomini andavano affondando appena fino al polpaccio; in due file di quattro da una parte e dall’altra avevano fatto un passaggio per l’ingegnere e per l’uomo con l’asse.
Quanto durò questo lavoro?
A un certo punto si fermarono; una grande quercia attendeva la sua ombra e faceva uno spiazzo intorno al suo tronco enorme.

L’ingegnere puntò il dito

L’uomo dell’asse si fermò fra le due fila di operai, piantò il paletto in cui era inchiodata l’asse, e là in mezzo alla foresta le lettere a stampatello scandivano: Sabaudia. L’operaio guardò che il paletto fosse dritto, che la scritta fosse dritta. Quel nome spiccava come la prima parola scritta in quel mondo elementare d’alberi e d’acque; si poteva stare un pezzo a guardare le otto lettere che componevano quel nome.
Così è nata Sabaudia, il centro meridionale dell’Agro Pontino, verso il lago di Fusano e il mare.
Più tardi il bosco s’è aperto, ed è tutto uno schianto d’alberi ed un intrico di radici all’aria.
Sono passate soltanto poche ore.
Uno spiazzo è al posto di quegli alberi, la foresta più oltre è tagliata come in una materia compatta e come se avesse franato.
Al cartello con quel primo nome fanno corona ora altri in giro, dove è scritto: casa comunale, poste, albergo, scuole, ONB, dopolavoro.
Oggi, 20 novembre 1933, questa città è solo un nome e le sue parti sono dei nomi come in uno scenario di Shakespeare.
Ma mentre scrivo questi appunti, e fra una settimana soltanto, bisognerà che torni a rivederla o a immaginarla. 

Quella terra rossa e molle

Vi saranno forse le fondamenta di quelle case, i cartelli di legno rossi neri e azzurri delle imprese di costruzione, i cartelli di legno della fabbrica, la terra rossa e molle che si asciuga nei canali tracciati recentemente e che si spreme come un panno bagnato, le vertebre dei condotti di ghisa e di cemento di questa terra invertebrata cui hanno lacerato le vaste radici che a milioni la rendevano impenetrabile e sterile all’uomo.. “così  scriveva Corrado Alvaro, ma oramai la data fatidica si avvicinava veloce e non si poteva fallire, la parola è  parola, l’annuncio era stato dato.
Mancavano pochissimi giorni, siamo nella prima settimana di aprile, così la vita amministrativa si interrompe. 

Momenti convulsi

Proviamo ad immaginare quei momenti convulsi, mentre gli uomini smontano le impalcature degli edifici più rappresentativi che dovranno accogliere i reali, le donne tirano a lucido i pavimenti, i magnifici marmi del palazzo civico, l’imponente scalinata. Sulla piazza intanto, con i loro insegnanti, balilla, piccole italiane, avanguardisti e giovani italiane si preparano alla sfilata e con loro tutte le diverse rappresentanze, falegnami, imbianchini, idraulici, muratori sono impegnati a sistemare gli edifici che gravitano sulla piazza. Sullo sfondo del viale Regina Elena, febbrilmente si lavora ancora sulle impalcature della Chiesa.
I mobili vengono montati nelle stanze del palazzo, si asfaltato le zone interessate dall’itinerario, un lavoro a cui sono chiamati tutti e la città ora dopo ora prende forma.

Pioveva come a lavare i bianchi marmi

Pioveva in quei giorni, ma nessuno pareva dare grande importanza a quell’acqua che dal cielo sembrava giunta a lavare i bianchi marmi e liberare dal pulviscolo del cemento l’aria ormai satura, si ode ovunque uno stridere di spranghe, di ruote, di martellate, c’è chi fischia, chi chiama, chi impartisce ordini, tutti si muovono convulsamente, anche la vittoria alata viene issata con grande fatica sul portale del comune, mentre il  falegname lucida il portone e le donne, a seguire, lustrano le maniglie di ottone.

Siamo al 15, il giorno è arrivato: Il Circeo, ricorda l’On. Cencelli, che ora per ora come una sentinella vigile ha seguito i lavori dell’immenso cantiere, era quel giorno d’un azzurro cupo che lo faceva somigliare a una rupe d’aria.
Il mare, il lago, la Selva di Terracina, le isole pontine stagliate come scenari fantastici sul cielo corso da nubi bianche e veloci, il trionfo di ginestre che sembrava vincere l’orrido della sterpaia e della desolazione dell’abbandono davano a quest’eterno lembo della pianura il grande suggello che solo i capolavori della natura sanno imprimere ai luoghi consacrati dalla bellezza. Il rombo delle macchine del corteo regale si avvicina. Che la festa comini. Auguri Sabaudia

Daniela Carfagna

Author: Daniela Carfagna

Nella vita ho fatto veramente tante cose, perché sin da bambina mi hanno insegnato che non è tanto importante il lavoro che si fa, ma come lo si fa. Così il venerdì mi sono laureata in lettere con 110 , a 23 anni, e il lunedì ero sui campi della ditta Terra Flora a raccogliere rape, colorabi e ravanelli, un lavoro durissimo che iniziava alle 5 del mattino e finiva alle 11 di sera. Poi il contatto e il piacere con i ragazzi a scuola, come insegnante di ginnastica e di lettere, infine l’ingresso nel mondo della cultura con il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali e con il Comune di Sabaudia. Più di quarant’anni dedicati ai servizi culturali del territorio pontino prima e alla città dalle bianche torri, poi. In realtà un “non lavoro” , una passione ed un amore indiscusso che mi ha regalato molto, moltissimo, in pratica il mio “ quarto figlio” a cui credo di aver dedicato la vita. Oggi ho la fortuna di fare ciò che ho sempre amato, ma che prima non mi era consentito per gli impegni, i figli da crescere ed una famiglia da mandare avanti da sola: scrivere, leggere, viaggiare, ballare, pagaiare sul lago di Paola, con il gruppo Donna Più della Lilt, sezione di Latina, camminare, far fotografie. Adoro l’arte, il cinema e la buona compagnia. Il mio motto “la bellezza e la poesia salveranno il mondo”

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