La Spagnola, i racconti in un libro di ricordi

Le immagini ai tempi della Spagnola

La nonna è un libro di ricordi, così la sorella di mio nonno, la cara zia Stella nel lontano 1982, ha intitolato il suo diario. Centosessanta pagine fitte fitte, scritte per noi nipoti, affinché potessimo conoscere le vicende della nostra famiglia, un volumetto inedito che, a partire dal 1859, ha attraversato la storia d’Italia, il quale raccontando di noi, a volo di uccello, ci fa rivivere guerre e pestilenze, vittorie e sconfitte, il fascismo e la ricostruzione , uno
scrigno immenso di notizie che pochi conoscono.
Spontaneo e leggero, talvolta commovente fino alle lacrime, talaltra scherzoso da far ridere come davanti a un film di Totò, rivela e ci svela una società piccolo e medio borghese degli ultimi due secoli.
Ma perché vi sto raccontando tutto questo, perché in un tempo dilatato come quello del Coronavirus, in cui ci stiamo riappropriando di noi stessi, in un tempo di angosciosa attesa e di grande speranza, in cui stiamo imparando di nuovo a guardare intorno a noi e dentro di noi, tra una faccenda e l’altra l’ho ripreso in mano e voglio condividere con voi tutti le due pagine dedicate alla Spagnola, una pandemia che negli anni 1918- 1920 procurò circa 50 milioni di vittime e 500 milioni di casi nel mondo.

La Spagnola

Un’apocalisse che si abbatté sul pianeta subito dopo la prima guerra mondiale, allora eravamo circa due miliardi di individui, nessun luogo fu risparmiato, dalle più remote isole del pacifico alle popolazioni del Mar
Glaciale Artico,
causò più morti della peste, attaccando soprattutto giovani adulti in buona salute generale.

I racconti di zia Stella Carfagna

Vi trascrivo ciò che mia zia Stella Carfagna racconta.
Venne subito un’altra calamità (prima aveva parlato della guerra), La Spagnola, cioè la peste. Tanto era lo sgomento che si aveva la sensazione di sentirla avvicinare come nuvola nera, di paese in paese: E’ arrivata
a Prossedi !!! E’ arrivata a Maenza!!!! – E anche da noi arrivò, terribile.
In un solo mese a Priverno morirono 713 persone, mentre in quattro anni di guerra ne erano morte 500 (questi dati sono stati trascritti, ma non verificati e mia zia Stella aveva ottant’anni quando scrisse il suo
diario, pertanto il numero delle vittime potrebbe essere erroneo, d’altronde “la nonna è un libro di ricordi”, non un trattato storico scientifico).
Le scene che si vedevano erano allucinanti e tutti erano così esposti e impauriti che nessuno aiutava l’altro.
Qualche malato metteva la conca fuori della porta per farsi dare un po’ d’acqua e vicino alla conca metteva i soldi.
Ma nessuno ritirava il denaro e la conca restava vuota.

Le fosse comuni

Per le prime vittime si faceva il funerale, ma poi non ce ne fu né occasione, né possibilità.
Scarseggiò il legno per le casse e per seppellire i propri morti ognuno doveva arrangiarsi da solo. Si dovette usare il legno degli armadi e se si andava per le strade si sentivano i colpi dei martelli.
Alla fine fu fatta una fossa comune e qui è meglio fermarsi, perché i ricordi diventano brutti.

La Spagnola pian, piano se ne andò

Mamma (Elena Ramacci), che al negozio aveva i liquori, li distribuì perché si diceva che combattessero l’influenza.
La nostra famiglia fortunatamente fu risparmiata.
Morì solo una cuginetta che si chiamava Cecia e aveva 15 anni.
Antonio (suo fratello) che era poco più di un bambino, aiutò a rimuoverne il corpo, ma ne ebbe tale impressione che si ammalò.
Insieme al padre morirono due amichette, due sorelle: Giovannella e Lidia…. Verso la fine di ottobre il numero delle vittime giornaliere cominciò a calare.
Quando morirono 10 persone al giorno ci sentimmo sollevati.
Infatti, come era arrivata, la Spagnola pian, piano se ne andò.
Ho voluto pubblicare queste pagine perché penso possano trasmettere un messaggio positivo: la nostra Italia e noi italiani abbiamo superato due guerre mondiali, una pandemia spaventosa eppure eravamo molti meno, più poveri, con un servizio sanitario inesistente, a maggior ragione ce la faremo oggi e non solo cantando dalle finestre, ma impegnandoci tutti, ognuno per la propria parte con umiltà e determinazione, con serietà e rispetto delle regole, con onestà e professionalità, sì, ce la possiamo e dobbiamo fare.

Daniela Carfagna

Author: Daniela Carfagna

Nella vita ho fatto veramente tante cose, perché sin da bambina mi hanno insegnato che non è tanto importante il lavoro che si fa, ma come lo si fa. Così il venerdì mi sono laureata in lettere con 110 , a 23 anni, e il lunedì ero sui campi della ditta Terra Flora a raccogliere rape, colorabi e ravanelli, un lavoro durissimo che iniziava alle 5 del mattino e finiva alle 11 di sera. Poi il contatto e il piacere con i ragazzi a scuola, come insegnante di ginnastica e di lettere, infine l’ingresso nel mondo della cultura con il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali e con il Comune di Sabaudia. Più di quarant’anni dedicati ai servizi culturali del territorio pontino prima e alla città dalle bianche torri, poi. In realtà un “non lavoro” , una passione ed un amore indiscusso che mi ha regalato molto, moltissimo, in pratica il mio “ quarto figlio” a cui credo di aver dedicato la vita. Oggi ho la fortuna di fare ciò che ho sempre amato, ma che prima non mi era consentito per gli impegni, i figli da crescere ed una famiglia da mandare avanti da sola: scrivere, leggere, viaggiare, ballare, pagaiare sul lago di Paola, con il gruppo Donna Più della Lilt, sezione di Latina, camminare, far fotografie. Adoro l’arte, il cinema e la buona compagnia. Il mio motto “la bellezza e la poesia salveranno il mondo”

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